Solitudine e paura... non posso permettermeli



RebeccaValli, commenti ?
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Certo che sapevo davvero ben recitare...davanti a quei due carabinieri che mi presero e mi chiesero tutte quelle cose, feci forse la parte della bimbetta spaventata, si certo che un po lo ero, ma, le mie intenzioni erano altre, dovevo andarmene da quella caserma...se mi avessero chiesto cose dei miei genitori che cosa avrei detto loro? per fortuna che hanno subito creduto alla storia della vecchia zia..comunque apparte questo, io volevo capire qualcosa di quell'uomo che e' scappato dalla carrozza, e ero molto curiosa di sapere che cosa Margaretha, c'entrasse con lui..questo ora era il mio scopo, la mia cuiosita' non aveva limiti. Mi avevano fatta uscire dalla caserma prima di tutti, ma io non me ne ero andata,ero ancora sui gradini della caserma, seduta, volevo aspettare Margaretha,si era piu' forte di me..per colpa di quell'uomo e di quelle monete, ero in mezzo ad una cosa piu' grande di me. Attendevo dunque, che lui o Margaretha uscissero da quella caserma..la mano nelle tasche tocco' di nuovo quell'oggetto che avevo trovato in terra, incuriosita, lo presi e me lo rigirai nella mano, guardando quella strana forma, quel colore cosi strano, di quell'oggetto di cui non riuscivo ancora a capire lo scopo..a che cosa serviva? non avevo mai visto prima d'ora un oggetto simile, poi mi venne per un attimo il ricordo di quello che gli uomini nella carrozza dissero..parlavano di un oggetto magico...<< e... se... ma no, Becca, che pensi? ....>> una strana idea mi frullava in testa, quel pensiero usci' dalla mia bocca..e parlai sola con me stessa... manon poteva essere, sorrisi, poi misi di nuovo l'oggetto nelle tasche..non era possibile che fosse quello..bambina si,ma non certo stupida...se fosse stato cosi importante nessuno lo avrebbe perso in strada..Aspettando Margaretha su quei gradini..senti lo stomaco che brontolava,lo accarezzai con la mano avevo proprio fame, mi guardai intorno, un panettiere proprio all'angolo di quela strada, ma non potevo allontanarmi, dovevo e volevo aspettare la donna, anche se mi contorcevo dalla fame.....Mi voltai guardando la porta all'inizio delle scale, aspettando che qualcuno uscisse di li, stranamente dopo tanto tempo, forse avevo paura di rimanere da sola....io paura?...strano..da molto non sentivo la paura e la solitudine, ma quell'esperienza e la situazione vissuta in quel momento, fecero affiorare quelle sensazioni... dentro al mio cuore, si insinuarono tra i miei pensieri..un brivido mi percorse il corpo, mentre guardavo al gente che passava in strada...io non potevo sentire quelle sensazioni, mi ero ripromessa che non avrei mai piu' avuto paura...dovevo reagire...ma aver avuto una pistola puntata contro e essere scappata da una carrozza in corsa,poi portata in caserma era stato troppo anche per me, infondo resto sempre una bambina...trattenni a stento le lacrime, mordendomi il labbro inferiore...non dovevo piangere, nessuno, mi avrebbe piu' vista piangere, questo mi ero promessa, e questo dovevo fare.....Un grosso respiro, e mi alzai andando alla fine delle scale,appoggiai la schiena al muro e attesi margaretha, senza piu' pensare alla mia paura, ma sentendo ancora il pancino che bronolava per la fame..

noi,gli altri,il mondo



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Mentre Bosco Bartolomeo veniva tratto in una stanzina con il ginocchio dolorante per essere meglio interrogato dal solerte carabiniere attirato dal trambusto come una falena dopo tutti quelli avvenimenti,le altre due venivano portate nella stessa caserma per motivazioni diverse per dare delucidazioni delle loro attuali condizioni.

Rebecca Valli:<<no signore>>.Cercava di accucciarsi sulla sedia<<veramente non fuggivo,no,no,vede avevo appena finito di badare a due discoli e mi sono trovata coinvolta in una situazione strana senza volerlo.Un signore mi aveva chiesto dietro compenso di chiamare una carrozza per delle monete e mi sono trovata con due tipi che mi afferrano e parlano di cose che non comprendo>>mette una mano sulla scrivania e con l'altra indica il punto dove si è formata sotto i vestiti un evidente ecchimosi sul fianco ogni volta che cercava di far aderire il busto alla sedia sentiva una fitta.<<ecco perchè mi avete vista scappare in vostra presenza signore,non sapevo di chi fidarmi visto che i manigoldi all'interno erano vestiti da preti,erano neri.Qui fa male>>dice accentuando il tutto con una smorfia mentre gli altri due si guardano con fare sospetto.<<devo proprio dire che l'altro...si,quello della carrozza>>scuote la testa con un sì<<sembrava spaventato quanto me.Non conosco il suo nome però.Tanto è vero che è fuggito alla prima occasione,appena la carrozza ha rallentato,come ho fatto io>>li osservava per bene i due,un appuntato e un giovanotto sicuramente al servizio di leva con una barbetta caprina che si trovava in piedi dietro la porta<<non so dirvi altro>>. 

Nargaretha:<<capirete che è nei miei diritti sapere come quel tale Bartolomeo Bosco si occupa dello stabile adibito a galleria>>.Le mani tremavano<<mi paga un emolumento irrisorio e mi subbissa di richeste,se non fosse per mio padre che chiese sul cuscino mentre spirava di lasciare tutto come egli aveva precedentemente disposto non avrei esitato un attimo a cacciarlo,anche con l'aiuto della forza pubblica>>inizia a sfilarsi i guantini di pizzo lo accentuavano,gesto che una donna dell'alta società,o anche a modo non avrebbe mai dovuto fare in certi luoghi,ma sicuramente era dovuto al fatto che le sudassero le mani in modo eccessivo per la tensione o visto il carattere desiderava forse inconsciamente di emanciparsi.<<son salita dietro certamente e poi dopo un giro ho sentito come un crack e la carrozza si è messa a correre,non si è mai fermata,credevo sinceramente di morire.Poi ci siamo portati fuori città,una chiesetta sperduta e mentre i due uomini scendevano vestiti con un saio da frate ciascuno,soltanto che il colore era nero,si sono accorti della mia presenza.Sembravano sorpresi quanto me di vedermi e mentre cercavo timidamente di spiegare...Mi hanno messo un panno in faccia.Puzzava e sono svenuta(clorofornio)>>stringe una mano con l'altra<<no signore,non so a che ordine appartenessero e non so chi possa avermi abbandonato per strada>>.Silenzio.<<posso andare?La ringrazio>>.

Mentre le due si allontanano Bartolomeo viene trattenuto per accertamenti e infilandosi ognuna una mano negli anfratti dei vestiti cavano fuori una lettera identica sia nella calligrafia che nei contenuti,dove ci sono scritte solo queste poche parole:Collaborate e restate in silenzio per quanto riguarda questa storia.Recatevi questa notte alla Chiesa di S.Filippo se volete essere ricompensate o volete ricevere spiegazioni.

Il leone e l'agnello.



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» margaretha «

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Poi vidi un'altra bestia, che saliva dalla terra, simile ad un agnello, ma parlava come un  dragone. Essa esercitava tutto il potere della prima bestia in sua presenza, e faceva sì che  tutti gli abitanti della terra adorassero la prima bestia la cui piaga mortale era stata  guarita.
E operava grandi prodigi sino a far scendere fuoco dal cielo sulla terra in presenza degli  uomini.
E seduceva gli abitanti della terra con i prodigi che le fu concesso di fare.
Apocalisse, XIII

Una piccola lampada ad olio appesa ad un filo scendeva dal soffitto come un ragno. Discreta  offriva una luce giallognola sulla tavola imbandita di sapori da triturare, ingoiare,  digerire. Attendevo un rumore di passi, che non venne. Seduta così, china su me stessa,  riuscivo solo a guardarmi la punta dei piedi, e mi dolevano le spalle per le braccia tese, i  polsi legati. L'entusiasmo della mattina era ovviamente evaporato, lasciando il posto al  magone per la situazione attuale. Ero in una stanza, uno stanzino dominato da quella ricca  tavola, ed ero sola. Rammentavo solo la brusca frenata della carrozza in un angolo, e il mio  tentativo di scendere e fuggirmene in fretta: troppo lenta, troppo stupida. Ci misero un  attimo ad agguantarmi e trascinarmi all'interno. Poi, per la seconda volta in meno di 24 ore,  il buio. Chiudevo gli occhi, sapevo che sarebbero passate altre ore così. Sapevo che avrei  avuto stampato nelle palpebre il ricordo di quell'uomo. Il Bosco, tutta colpa sua. Avevo  voluto seguirlo, e poi si era buttato dalla carrozza in corsa. Non ne conoscevo i motivi,  tutto mi era sconosciuto di quel mondo e, nell'immediatezza, desideravo solo uscire da lì.
Ricordo il sole che entrava dov'ero. Per qualche ragione mi ricordò un'altra stanza, a me ben  più familiare. Era una stanza dalle pareti di un colore scelto in autunno. C'era qualcuno con  me quando ho deciso che si sarebbero colorate di chiaro. Ricordo che non rideva mai. Era  qualcuno con un viso accostato e i lineamenti assomiglianti al mare. Del mare aveva  l'orizzonte nella voce. Quell'eco da lontananza. Qualcosa di simile e indecifrabile. Dio solo sa ora il suo nome. Regalo a lui la possibilità di tenerlo in memoria.
Poi il muro si aprì. Non v'era una porta, ne ero certa. D'improvviso fu come se la parete si  ritraesse per lasciarlo passare. Una figura alta, incappucciata, seguita da altre due, in  un'assurdamente regolare posizione triangolare, di cui il capo costituiva il vertice. Piegai  il collo all'indietro, reclinai il capo e tentai di guardare sotto al cappuccio: complice la  penombra mi sembrò vuoto.
Mi guardarono tutti e tre in silenzio. Erano incerti sul da farsi? Divertiti?
Si divertivano di me, di quel cucciolo strambo?
Presto sarebbero arrivate le domande, pensavo col fiato corto. Ed infatti il primo iniziò a  parlare, rapido, incalzante, cupo. Retorica, credo lo chiamino così l’avere il controllo delle  parole. Concepirle innanzitutto, dapprima indistintamente, per poi, una volta chiare,  strapparle alla mente e gettarle alle grinfie del discorso, parola dopo parola. E’ un processo  faticoso, quello del parlare, un susseguirsi di ardue selezioni ed impietose eliminazioni che  alla fine lasciano in vita un’unica, piccola, minuta superstite: La Parola Giusta. Veneratela  come Dea, questa Parola, poiché potrebbe aprirvi le porte del Paradiso Terrestre; non tenetene  conto, e vi troverete in men che non si dica nel più disgraziato degli Inferni. La Parola ha  potere sulla massa, affascina gli animi e li rapisce. Colpisce il torpore di fantasie  assopite, e le risveglia; convince dell’esistenza di Dèmoni cornuti e Angeli sublimi, e  manipola le volontà dei deboli. Non capivo appieno le sue parole, eppure mi affascinarono. Commentava un passo dell'Apocalisse, l'impossibilità di cambiare la profezia. Necessario liberare l'agnello quando non è tempo di sacrificio. Sgranai gli occhi come una civetta e fissai quella figura celata, ammirandola. Parlava in una  lingua di cui conoscevo i costrutti, ma che non riuscivo comunque ad afferrare. Tuttavia capii  che era solo un maschera: una maschera di parole vuote, di magnifici contenitori d’aria e  illusioni. Non parlava per me, per le mie orecchie. Parlava per qualcosa che era in me, ma a  me stessa sconosciuto. Fu così che, imbambolata com'ero, avvertii troppo tardi il forte odore  di cloroformio alle spalle.
E gradualmente giunse l'assopimento.
Di tutti i piaceri, uno dei più preziosi, e più comuni al tempo stesso è: il sonno. Mi  interessa soprattutto quel particolare misterioso del sonno, goduto per se stesso, quel tuffo  inevitabile nel quale l'uomo, ignudo, solo, inerme, s'avventura ogni sera in un oceano, nel  quale ogni cosa si muta: i colori, la densità delle cose, persino il ritmo del respiro, un  oceano.Quante volte, levandomi, ho riordinato con le mie mani quei guanciali spiegazzati,  quelle coperte in disordine, testimonianze dei nostri incontri con il nulla, prove che ogni  notte non siamo già più. Quello fu però un sonno inquieto, semicosciente. Il cloroformio aveva  intrappolato i miei sensi solo a metà, lasciandomi vigile e tuttavia inerme. Delle mani mi  afferrarono, forti mi tennero a lungo stretta contro qualcosa di ampio, massiccio. Un petto.  Tempo, passò del tempo. Ad ogni sconquasso la testa mi scivolava in parte, i capelli si  scioglievano. Le mani non mi lasciavano, il tocco rassicurante. Conosciuto. Famigliare. Poi  una presa più salda, il piede destro a battere contro qualcosa di metallico, la gonna  s'impigliò, il tessuto mi si tese attorno alle gambe pronto a stracciarsi, ma quelle mani  furono più veloci e mi liberarono. Infine il freddo, l'umido dell'acciottolato contro la  tempia, mentre venivo abbandonata nel mezzo di chissà quale strada torinese, accuratamente  disposta dalle dita calde, cullata da quella voce.
Di caduta in caduta.....



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Non ci potevo credere , avevo visto Margaretha in quella carrozza, volevo solo avvisare l'uomo, che lei si era nascosta..era solo un dispetto...
e quegli uomini mi portarono nella carrozza...riuscivo sempre a mettermi in guai mille volte piu' grossi di me...
Che paura avevo...ascoltavo i loro discorsi..di certo ci capii ben poco, ma quel che era certo era che cercavano qualcosa, a quanto pare una cosa magica....
L'uomo che mi aveva dato le monete aveva smosso un po di caos dentro quella carrozza fu facile per me, sgattaiolare fuori da quella, piuttosto in la, rispetto alla ''caduta'' senza stile a mio avviso dell'uomo delle monete..
Io, piccola e agile, come sempre ero stata, mi chiusi quasi a palla,allacciando le mani alle ginocchia, e rotolai, fuori da quella carrozza in corsa mentre gli uomini che ci avevano presi ,erano intenti a guardar fuori..cercando di capire che fine avesse fatto l'uomo delle monete...
Passai sotto alle loro gambe, per me fu facile, con la porta della carrozza aperta, che rallentava un po, svoltando l'angolo..
L'impatto col suolo non fu per nulla morbido, e nemmeno uno dei miei ''atterraggi'' migliori direi.. (la volta che ero scesa dal secondo balcone di quel palazzo in centro...quello si che fu un atterraggio da manuale, volteggiai in aria, come una farfalla...danzavo quasi, come faceva la mia mamma...e comunque atterrai, come solo io sapevo fare, tanto che quei passanti applaudirono pensando che io lo avessi fatto per farli ridere..invece avevo le tasche piene di roba da mangiare rubate in quella casa..ma vabbe'...non avevo ancora modo di guadagnare qualche moneta, dovevo pur sopravvivere !!)
..Comunque atterrai lanciandomi dalla carrozza, o meglio ruzzolai al suolo..quasi fossi stata una palla..fortuna che quella carrozza aveva rallentato...sono sempre stata un incoscente, per sfuggire a brutte situazioni avrei fatto di tutto..e perfortuna stavolta ero, forse al sicuro... lontana dall'uomo delle monete, e fouri, speravo, dal tiro dell'arma di quei loschi figuri... appena ruzzolata, non feci altro che correre...senza preoccuparmi di aver guardato se mi ero ferita o meno..certo, qualcosa mi faceva male, ma al momento dovevo solo scappare... mi nascosi nel primo vicolo che trovai, e rimasi li accuattata a guardare che cosa altro sarebbe capitato in quella strana giornata...<<tutto questo e ci ho guadaganto solo due monete...Tse' devo ritrovare quell'uomo deve darmene almeno altre tre, per quello che ho passato! >> parlavo da sola, a bassa voce, ma la testa mi faceva male, dovevo aver preso una bella botta..ma ero troppo concentrata a  guardare al strada, e a sperare, che anche Margaretha in qualche modo riuscisse a scappare...
di carrozza in carrozza



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Non potevo certo andare in giro come un barbone infatti con la lettera in mano completavo in maniera giusta la mia vestizione,orologio in oro nel panciotto e pomata rinvigorente per la mia stempiata capigliatura,assistevo alla sconfitta della mia chioma sul campo di battaglia della mia fronte tirando sù i capelli e sospirando sconsolato.Appallottolavo la lettera e la infilavo velocemente in una tasca interna alla giacca per sentirne bene la presenza e odo quella bambina parlare dicendo a chi era destinato il mezzo di locomozione.Con fare anche sfrontato pare.Un angolo della bocca si piegava verso l'alto,mi piaceva il temperamento,forse chissà sarebbe divenuta un ottima apprendista,pensavo questo mentre aggiustavo il farfalino nero in tono col fazzoletto al petto ed il laccetto che mi identificava come ilusionista mercante,riconoscibile certo ma per consuetudine rispettato e al di fuori di pericoli.Notai la bambina che sghignazzava mentre superavo la strada ed ignaro del contenuto del bauletto posteriore della carrozza,dove insomma si nascondeva Margaretha,salivo il primo scalino,purtroppo non presto molta attenzione sporgendomi verso il cocchiere indicandogli la destinazione e non faccio caso ai loschi figuri che seduti all'interno del carrozzino appiattiti verso la parete mi strattonavano e nonostante cercassi di colpirne uno sul viso mi costringevano mio malgrado a sedermi.Una mano che si era tenuta sulla porta si era graffiata su dI una scaglia creata dall usura del legno.La osservavo mentre vedevo i due uomini nerboluti vestiti da frati col saio nero che mi rivolgevano la parola.La bambina di cui ancora non conoscevo il nome si metteva ad urlare e con un solo gesto uno dei due,il capo sembra,ordinava all'altro di occuparsi della signorina che sembrava attirare troppo l'attenzione.La piccola Rebecca immantinentemente cercava di fuggire venendo presa per un braccio mentre urlava a perdifiato<<lasciami lasciami>>.Venne sospinta con forza nella carrozza e le puntavano una pistola in pieno volto.Col braccio le cingo il busto come a dirle di stare ferma ma non che ne avesse molto bisogno gli occhi spiritati e il suo pallore bastavano a tenerla ferma.Ero costretto ad ascoltare e i nostri solerti vicini che prima si erano affacciati sembravano aver perso ogni desiderio di curiosità.

Beato Paolo n 1<<sappiamo che attività svolgete signore e credo ci dobbiate delle spiegazioni,in merito ad una vostra ricerca che state testè effettuando.Qualcosa è uscito dalla biblioteca vaticana e vorremmo riaverla.>>.Mi fissava e intrecciava le dita sulla pistola mentre l'altro sembra una statua di sale a braccia conserte.<<Come sapete prendiamo molto sul serio il nostro lavoro e quello è stato uno dei primi manufatti che abbiamo sottratto a costo di molte vite alla comunità magica.Adesso sappiamo che i vostri accoliti cercano il medaglione di Rha per ampliare le vostre capacità psitiche.Vorremo non cadesse in mani sbagliate ovviamente e le chiediamo di sospendere le sue ricerche per mettere in vendità tale pericoloso oggetto.Da tempo questa carrozza segue i suoi passi sperando che prima o poi avreste avuto bisogno di muovervi per la città,siete stato accorto Sig. Bartolomeo,vi siete mosso il meno possibile e grazie al vostro lavoro avete raccolto informazioni>>sorrise convinto<<ma ora basta>>

Bosco Bartolomeo<<sapete benissimo chi sono e dovreste portarmi rispetto>>mostro il laccetto nero come assicurazione del mio status.Osservo lo sguardo di Rebecca che sembra quello di un cerbiatto ferito.

Beato Paolo n 2 <<noi non badiamo a simili orpelli>>dice convinto

Beato Paolo n 1 <<dovreste sapere che per raggiungere i nostri scopi non badiamo a certe sottigliezze e che dovreste darci ascolto>>.

Mi legavano le mani con una corda per tenermi fermo e piano piano si rilassano accomodandosi meglio sulla poltroncina della carrozza e bisbigliavano piano ogniuno nell orecchio dell'altro.Ed in un momento di loro distrazione mostravo la mia bravura con l'escapologia strecciando le mani dal nodo di corda con diverse torsioni e sfilando le stesse piano piano riuscendo io adesso a tenerla daldo l impressione di essere ancora legato.Osservavo la porta della carrozza e  che il chiavistello è tirato ma vista la condizione riflettevo sul fatto che bastava una spallata per liberarsi.Attendevo che la carrozza si fermasse per far passare qualche pedone in qualche incrocio per tentare la sortita cercando di non irrigidire i muscoli per non  rendere vano il tentativo muovendomi nel modo meno impacciato possibile,li osservavo e pensavo che sabbe stato meglio prendere di mira l'uomo con la pistola per creare maggior parapiglia.Intanto continuavano a parlare dicendomi che mi avrebbero portato in un posto sicuro,ed immaginai con un fremito che si trattasse di uno dei tanti cunicoli che collegano le varie chiese e che usano per spostarsi agevolmente.se mi avessero portato in tali luoghi sono sicuro non ne sarei mai uscito.

La carrozza rallenta e con un balzo colpisco in pieno naso l'uomo con la pistola  e tutto si fa confuso,parte un colpo verso l'alto e con  il mio peso vado a sbattere contro la portiera della carrozza che si apre di scatto ma purtroppo per me proprio quando prendeva velocità per ordine del cocchiere che cerca di fuggire dalle voci impaurite dei passanti che udirono il frastuono dell'arma.Meglio insoma fuggire prima di attirare le forze dell ordine.

Cadevo cercando di trovare equilibrio sul bordo e battevo malamente il ginocchio che subito si metteva a sanguinare e resto così con la gamba piegata e sorretta dalle mani mentre noto ormai troppo tardi Margaretha dietro la carrozza in corsa che mi guarda con fare spaurito.Le avevo perse entrambe mentre attorno a me un campanello di gente iniziava a formarsi e io pregavo dentro di me che qualcuno non avese la malsana idea di chiamare un carabiniere,non avevo tempo da perdere dietro colloqui imbarazzanti.

Risveglio



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L'aveva vista in fondo alla sala e l'aveva amata per quegli occhi spenti.Gli era bastato  quell'istante per capire che quella ragazzina così infelice, disastrata, sapeva vivere più  profondamente di lui, che la osservava. Non era più magra, più bella, più acuta o appariscente  ma tutte quelle pugnalate che aveva nel cuore la facevano di una bellezza inconsapevole,  sfrontata. Vestita di nero faceva un effetto glaciale al cuore, le manine piccole si muovevano  a creare galassie, mentre se ne stava accovacciata là, ove le pareti si incontrano e le teste  si scontrano con la realtà. Quel miracolo uscito per sbaglio dalle mani di Dio, piuma d’ acchiappasogni indiano, una briciola rimasta sul tavolo dopo un pranzo abbondante, raggio di  sole rinnegato. Quei suoi occhi immensi come pozzi senza fondo, scuri e senza uscita, dove  neanche la luna riesce a raccogliere un pensiero, fondi di caffé nei quali leggere un futuro  incerto, un futuro ancora tutto da costruire. Perché non insieme?
La piccola non lo ascolta, troppo presa dal suo autismo pragmatico, il suo mutismo emozionale.  Tutto intorno sembra ambiguo e contraddittorio, mille volti affollano la sua solitudine.  Doveva averlo  contagiato per osmosi, quella dannata mocciosa. Dio, quanto odia la sua  superficialità, guardatela, signori, guardatela nel suo angolo che conta le sue dita con aria  triste, da vittima. Carnefice del proprio ego, lei. Il sorriso più dolce. Il più bello. Sa  sorridere in maniera tale che capovolge l’esistenza, quella sconosciuta: si chiede come faccia  ad entrare così dentro alla gente, si chiede come faccia ad entrare così dentro lui. Si  sentiva così inaccessibile, inafferrabile, invulnerabile. Fuori piove sulle spalle della gente  e sui capelli delle belle, ma le mani della bambina continuano a volteggiare in aria fino a  bruciare come ricordi secolari.
E’ facile pavoneggiarsi quando ci si sente particolari, è difficile riuscire a comprendere d’ esserlo quando lo si è davvero. Bene, lei lo era davvero, e lui, Joseph Camus, glielo avrebbe insegnato.


Lentamente il buio mi abbandonò, ed aprii gli occhi. Sentivo l'aria muoversi attorno a me, il  vento schiaffeggiarmi il volto bagnato. Mi alzai di scatto, cosciente solo del mondo che si  muoveva attorno a me, sentendolo così vivido, rapido. Febbrile. Sentivo le nubi, coperte di  luce e quasi mossa dal vento di seta. Sentivo il pulsare delle mie tempie, il sussulto  dell'ultima goccia d'acqua che scivolava a terra. Avevo ancora il sonaglio delle serpi a  cantarmi nell'orecchio, e piano piano il suono rallentò, disfacendosi, si rese ritmico e  lento, un tintinnare di monete. Poi sentii lei, quella ragazzina petulante. L'avevo conosciuta  una manciata di mesi prima, quando s'era avvicinata a mio padre per chiedergli qualche moneta,  ed io l'avevo strattonato via. Non le rivolsi parola, solo la fissai come si guarda un uccello  tropicale, incuriosita. Percepivo il battere del suo polso, i lacci troppo stretti dellesue  scarpe quasi le stessi indossando io stessa. Scossi il capo, ubriaca di sensazioni, e mi  osservai in giro, sentendomi osservata, ancora con quell'abito stracciato portato  orgogliosamente indosso. Raggruppai le idee << dov'è? >> la ragazza non mi rispose, mi  osservava col riso in volto. Poi notai la carrozza, ancora vuota. Immaginai fosse per me e  feci per avvicinarmi ma la voce gracchiante di Rebecca mi raggiunse mentre poggiavo il piede  sul primo scalino << non è mica per voi, è per l'uomo che vi ha scaricata qua!>>. E così mi  allontanai, zuppa fino alle ossa. Rivolsi la schiena a Rebecca mentre uscivo dal cortile  eppure la sentivo ancora fissa lì, a rigirare le monetine in tasca osservandomi. Libera dal  suo sguardo svoltai l'angolo, appiattendomi al muro e attendendo. In quei pochi attimi mi  sentii immortale, onnipotente. Percepivo il mondo in una maniera nuova, entusiastica,  empatica. Qualcosa cambiò. Ero come una bambina,costretta ad apprendere in velocità, per  sopravvivere.Ero una nuova creatura,incomprensibile,estranea a questo mondo. Avevo stracciato  il telo che mi nascondeva la vera essenza delle cose. A voi tutti che non potete capire, a cui  il senso di queste parole non è concesso, cosa potrei dire? A mio parere siete vergognosamente  ignoranti. Non avete mai fatto una scoperta di una qualche importanza. Non avete mai fatto  tremare un impero o guidato un esercito in battaglia.Non siete stati voi a scrivere le opere  di Shakespeare e non avete mai portata una razza barbara a godere dei benifici della civiltà.  Come vi giustificate? Per voi è facile dire, indicando le strade e le piazze e le foreste del  globo che brulicano di abitanti neri, bianchi e color caffellatte, tutti freneticamente  indaffarati con il commercio, l'industria, l'amore: abbiamo avuto ben altro da fare. Senza il  nostro intervento questi mari non sarebbero stati attraversati e queste fertili terre  sarebbero un deserto. Abbiamo partorito e allevato e lavato e insegnato a quei 1623 milioni di  esseri umani che secondo le statistiche sono attualmente in vita e tutto questo, richiede del  tempo. Ma voi non vedevate il mondo come me, non potete. Sentire il crepitio della vita altrui  scorrerti sulla pelle come acqua corrente, parlare col vento.
Quando la carrozza lasciò il cortile col suo scalpiccio sconnesso, di poco anticipata  dall'abbaiare ordini del Bosco, agii di istinto. Mi passò così vicina che dovetti fare solo un  passo per aggrapparmi, e il baule del retro era stato lasciato aperto per una fortunata  coincidenza. Mi ci ficcai dentro, bestemmiai infine trovando un equilibrio con quell'andar  sconnesso sull'acciottolato, mentre pochi metri più indietro non mi accorgevo che una  sghignazzante Rebecca aveva visto ogni cosa.
Sapevo fin da allora, in qualche angolo recondito della mia mente, che nulla sarebbe stato lo  stesso.
Obbedire si..ma che divertimento !!!



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Ancora non ero arrivata a quel negozio per prendere il mio dolcetto..che quell'uomo mi chiamo'; quel fare da padrone, come se chiamasse la sua serva..
Feci finta di nulla per un attimo, ma riconobbil a donna stesa a terra..<<quell'antipatica...>> finalmente qualcuno doveva avergliele date di santa ragione...le stava bene, poco mi importava di lei, ma la frase udita, mi fece sorridere...avrei di certo avuto da raccontare...
Uno sguardo a quelle monete luccicanti cadute in terra, da quel gestaccio dell'uomo cosi spocchioso a mio avviso...ma si sa, non potevo rifiutare due belle monete, le raccolsi senza dire una parola presi il secchio come mi veniva richiesto e andai alla fontanella dietro l'angolo.
Sbuffai..portando il secchio, in quel momento passo' una carrozza, feci intempo a girarmi e farla fermare, come l'uomo che non conoscevo ancora, mi aveva comandato, dissi a chi portava la carrozza di attendere, mentre ero li davanti a Margaretha stesa a terra.
Quasi volevo aspettare che l'uomo scendesse, per poter fare quella cosa, ma fremevo dentro di me...il sorriso divenne quasi un ghigno..non potevo piu' aspettare, poi infondo..me lo aveva detto lui, stavo facendo quello per cui lui mi aveva pagata......sono una bambina, che ne so io, di che cosa e' giusto oppure no!!
Lei...era svenuta, dovevo cercare di farla rinvenire....<<poverina>> mormorai, col tono ironico naturalmente proprio non potevo sopportarla !!!  Troppo desiderosa di farlo, presi il secchio e feci scivolare tutta l'acqua fredda addosso alla povera Margaretha.
Quasi saltavo tanto ero felice di averlo fatto, ma rimasi li, ferma e immobile, anche se quella visione mi faceva contorcere dalle risate...Tenevo la mano in tasca facendo tinitinnare le monete, con quello strano oggetto che avevo trovato in terra poco prima...un rumore metallico, dalle mie tasche, mentre la manina, nervosa giocava con gli oggetti nella tasca del mio cappotto.
Non ne potevo piu'...trattenere le mie risate era quasi impossibile....mi mordevo la lingua per cercare di nascondere tutta la gioia per il gesto fatto.

correre a cercare di prendere quel maledetto medaglione



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Ammettiamolo dovevo essere buffo come uomo iracondo con tutta l’attrezzatura penzoloni ma mai mi sarei aspettato di dover subire un attacco isterico per le mie nudità,almeno credevo fosse per questo motivo,ed ecco che nel momento in cui vedevo spiaccicare in terra uno degli ultimi sigari e poi cadere a terra la donna mi sono lasciato andare ad una discutibile espressione mentre speravo che lei avesse sentito almeno la provocazione<<eppure si dice siate solita scorgere uomini che vi offrono nudità,cosa c’è non sono di vostro gusto?>>.Mi infilo repentino i calzoni la camicia ed aimè poco altro,ma vista la situazione non mi potevo permettere di vestirmi come un uomo acconcio alla mondanità,con tutti i capelli arruffati che si alzavano in prossimità della stempiatura.<<adesso si esce madama>>la prendevo  per le braccia e devo ammettere la trascinavo ancora svenuta oltre la porta di casa ,mentre sicuramente un uomo che accompagna una donna come un sacco di patate avrebbe risvegliato la pruriginosa attenzione delle comari del quartiere ed alimentato le discussioni sulla presunta attività amorosa dell’insopportabile padrona di casa Margaretha,<<e si ricordi che questi sono i miei appartamenti e non le è concesso cadere dal soffitto sopra il mio letto mentre sono nudo>>.Dicevo il tutto a voce alta perché mi sentissero e già più di un paio di occhietti curiosi scostavano le tende per vedere cosa accadeva.

Il mio proposito portava più svantaggi che vantaggi,avrei sì tenuto per un poco di tempo quella sfacciata al di fuori dei miei affari mettendola in imbarazzo con le case adiacenti ma non avrei avuto da ella le notizie di cui avevo bisogno e purtroppo ci sarebbe stato un calo d’immagine me effettivamente avrei avuto bisogno di un incentivo per convincere la mia amante Maria che si trattava di un malinteso. Vedo giungere una ragazzina imberbe ma dallo sguardo sveglio proprio mentre dico la famosa frase e richiamandola con un fischio indico la donna distesa a terra<<prendete il secchiello rosso vicino allo stipite della porta e andate a prendere dell’acqua ala vicina fontanella>>.Guardo la porta dove dietro ci dovrebbe essere quanto indicato.<<Gettatela sul viso di questa sfacciata>>.Lancio due belle monete luccicanti fino a che non  tintinnano a terra<<e chiamami una carrozza,un tiro a due cavalli>>.Mi fiondo in casa mentre penso a Maria e mi dirigo presso lo scalino che  Margaretha aveva fatto scricchiolare togliendolo e prendendo una lettera che avrei usato di lì a poco dicendo a me stesso:<<devo trovare quel maledetto pendaglio>>.Mi fermo per un attimo a rileggere quanto scritto mentre attendo di sentire la carrozza arrivare riportandomi in camera mia.
Passeggiare e pensare....



RebeccaValli, commenti ?
» rebecca valli «

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Uscii da quella casa, contando quelle monetine...<<sono tutte, va bene >>  il compenso giusto per aver portato quella peste coi riccioli al parco...<<uff..>>  quel pomeriggio era stato interminabile ,ma..ora con quelle monete sapevo bene che cosa fare...quei dolcetti nella vetrina del panettiere ce li avevo davanti agli occhi, l'unico pensiero era di comprarne uno e affondare i denti in quella pasta morbida e dolce..deliziosa: socchiudendo gli occhi mi dirigevo verso quel negozio, gia' pregustando quel dolce sapore in bocca.
L'abitino scuro si muoveva ritmico ad ogni passo....svelti i passi, forse, per arrivare prima a comprare quel dolcetto cosi tanto desiderato: pomeriggio inoltrato<<speriamo sia ancora aperto...quella peste oggi non e' stata ferma un attimo...ora ho davvero bisogno di prendermi quel meritato premio>> quasi parlavo da sola tanto era  il desiderio di mangiare quel dolce..se qualcuno mi avesse vista avrebbe pensato che fossi una folle...che parlava da sola. ma poco importava..io volevo quel dolce.
Mentre camminavo per raggiungere il negozio mi guardavo attorno...una vetrina...un gatto che corre dietro ad un grosso topo......quella cosa in terra luccica!! mi fermai di botto, e mi chinai per afferrarla ... collezionavo di tutto all'epoca, tenevo da parte ogni piu' piccola cosa... in quella cassettina di legno nascosta nel mio ''posto segreto'' <<che cosa sara' mai?>> mi chesi sempre piu' curiosa rigirando quello strano oggetto nelle mani....certo non era di valore..ma mi piaceva .. <<a qualcosa dovra' pur essere servito...>> lo misi in tasca, da brava accattona nulla mi sfuggiva e nulla perdevo...
Stranamente mi venne in mente che l'indomani dovevo andare dal fruttivendolo...mi aveva promesso 4 mele se l'aiutavo a ripulire il bancone e a lavare le ceste, stavolta dovevo ricordarmi...la settimana prima ero stata cosi indaffarata a raccontare quella favola ai gemellini che abitano in quella bella casa col giardino, che mi dimenticai del fruttivendolo.... quanto s'arrabbio' vedendomi arrivare con tutto quel ritardo!!! Piccola e piena di cose da fare,giravo per tutta la citta' tutti mi conoscevano, m'impicciavo di tutto..approposito d'impicciarsi.....<<e' ora di combinarne una a quell' antipatica di Margaretha..si si ..e' proprio ora..non la sopporto, mi guarda sempre dall'alto in basso..chissa' che vuole..antipatica..>>chissa' per quale motivo, quell'oggetto trovato, e col quale giocavo tenedo la mano in tasca mi fece venire in mente quell'antipatica proprietaria della galleria....

La MIA galleria, la SUA amante.



Margaretha, commenti ?
» bartolomeo, margaretha «

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Puttaniere o ladro giusto? Buona la prima. Dopo la fulminea dipartita della sua bella l'uomo mi si piantò davanti a braccia conserte, mentre timidamente alzavo lo sguardo a fissarlo dal basso. Deglutii pesantemente, costringendomi a fissarlo in volto mentre sentivo le guance scottare. Indi, facendo pressione sulle braccia insicure, mi alzai. Lentamente. << non era mia intenzione >> lo osservavo timida, colpevole, ma mi ci volle qualche attimo per capire la situazione. Io ero Margaretha Rei, lui uno sconosciuto, un uomo comune, e per giunta nudo come un verme. Ripresi controllo di me, alzai il mento e sfacciata mostravo lo strappo che mi denudava il petto, e con lo sguardo esaminavo la stanza. Ordinata, accurata. Femminile. Era la stanza della sua donnaccia, pensai con un impeto di rabbia, ed era in comunicazione con la Galleria. La MIA Galleria. Lo squadrai dall'alto al basso, non badai alle sue successive domande e mi avvicinai al comodino. Un sigaro, era il SUO immondo sigaro a dominare la MIA Galleria. Lo buttai a terra, lo calpestai con rabbia alzando di poco le gonne, scoprendo le disdicevoli gambe nude. Non era il momento di atteggiarsi da puritana, non con un tizio del genere. << zittitevi! >> sbottai esasperata da quel suo cicaleccio continuo, incrementatosi al vedermi spegnere, o meglio distruggere il sigaro. Non finiva, continuava. << che ci fate qui, vi piace guardare? non vi bastano i vostri uomini, non vi soddisfano abbastanza? >> stava perdendo il senno, o forse quell'uomo mai l'aveva avuto. << Chi siete! >> e appena domandai la risposta mi percorse la mente come un fulmine. L'odore del sigaro, lo stesso. Il passaggio. Aveva trasformato la MIA Galleria in un covo amoroso per le sue voglie maschili! Mi ci buttai addosso ringhiando, i pugni chiusi diretti contro al suo petto, come una furia, volendo solo graffiarlo, toglierli dalla faccia quell'espressione così piena di se, cancellarla. Ma qualcosa andò storto. Appena gli toccai il petto non ebbi più il controllo su di me, sulle mie gambe, le mie braccia. La mente mi s'affollò di strane immagini, riuscii solo a distinguere i movimenti sinuosi di un serpente, e mi pareva di sentirne il sonigliare che mi rimbombava in testa. Era dolce, era rassicurante. Poi il buio. Fu come un black out totale, le dita si distesero, le gambe divennero molli e così caddi a terra, un burattino al quale erano stati tagliati i fili, facendo la misera figura, ma questa volta in senso letterale, di tante altre ragazzine . Ai suoi piedi.
Affetto e sorpresa,come la mia datrice di lavoro piomba su di una alcova amorosa



BoscoBartolomeo, commenti ?
» letto, amante, sorpresa, bartolomeo, margaretha «

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dove iniziano le mie pripezie con una viziata ragazzina impiccionaCarne calda sotto di me, dita e umida protuberanza che scovavano ogni mio anfratto del mio corpo ogni piega della pelle e si trascinavano prendendo forza dagli ansimi. Stringere forte e a lungo annullandosi dentro qualcuno che sospira di amarti dividevamo sapori e sudori. Poggiare la testa mollemente tra i seni di una donna si bella e prosperosa che ovviamente ai cultori dell’ amore poteva sembrare un fiore conservato nelle pagine di un libro,ricordo di una scolaretta dei tempi dimenticati,mentre distrattamente baloccava in romanticherie senza futuro. Desiderai potessero vedere invece,nuda che continuava a strusciare il suo bacino mentre mi bacia la testa con tenerezza,questa calda donna di trenta anni. Per un attimo chiudevo gli occhi.<<domani non potremo vederci colombella mia>>la guardavo fissa per cercare dispiacere e soddisfare la mia vanità maschile.<<vorrei iniziare a preparare la galleria per la venuta del Signor Bianchi,ho visto alcuni suoi lavori e devo dire che potremmo ricavare un ottimo prestigio e guadagni ospitandolo per lungo tempo>>.Lei sospirava stringendo forte ed incrociava le braccia ad X lungo la schiena<<capisco cosa significa che oltre domani si protrarrà almeno per tutto il mese. Inizio a credere che ti voglia liberare di me>>.Girava il volto a destra sul cuscino e devo ammettere che sentivo un peso nel petto e quel suo piccolo dispiacere mi faceva tornare la voglia di stringerla come avevo fatto pocanzi,sentivo l odore del suo collo e mi piaceva quel misto di lavanda e sapone fatto in casa,sicuramente soda e cenere. Si ostinava a mettere da parte quasi tutto il denaro che gli destinavo,si comprava bei vestiti certamente,ed il gelato la domenica nei giorni caldi,ma mi capitava di notare che magari quello che indossava era solo una rielaborazione ben riuscita di abiti comprati la stagione scorsa,ci aggiungeva delle stoffe,ne cambiava il modello;solo quelli che le regalavo personalmente non subivano nessuna modifica e venivano portati di rado,mi chiedevo spesso se non avesse avuto il coraggio di ammettere che non gli piacevano,prima o poi lo avrei chiesto direttamente. Mentre mi perdevo in tali pensieri le prendevo piano il mento guardandoci negli occhi<<Maria dovresti smetterla con questa gelosia ingiustificata,ti amo lo sai e non ho più l età per fare il galletto>>.Sorrido.<<per cui sarebbe solo una questione d età,se non fosse per quello correresti dietro la prima sciacquetta imberbe ti capitasse a tiro>>diceva acida,frase sbagliata ovviamente da parte mia,alzo un sopracciglio e dopo un attimo di silenzio mi riavvicinavo con la bocca e frugavo con le dita piano il suo monte di venere<<siete una carogna signore cercate di imbambolarmi soddisfacendomi fisicamente>>dice ancora corrucciata mentre mi stacco dal bacio.<<sciocchina lo vedi quanto ti desidero?>>e piano continuo la mia opera.
Ovviamente non potevo prevedere che si stava avvicinando la proprietaria dello stabile passando dall’entrata secondaria con il suo mazzo di chiavi di riserva,ne potevo prevedere che la bella Maria avvinghiandomi con le gambe volesse essere coccolata un altro poco,avrei prestato enormemente più attenzione ad eventuali rumori,soprattutto in quel periodo. Sta di fatto che dalla grata superiore cadde la mia padrona di casa nonché datrice di lavoro. Un frastuono infernale e fortunatamente mentre la grata rischiava di cadermi addosso fu la mia stessa donna con il volto rivolto in alto a trascinarmi oltre il letto facendomi battere il sedere a terra. Mi rialzavo di scatto pronto ad afferrare con ferocia qualsiasi cosa appartenesse al malcapitato. Effettivamente nella foga qualcosa stringevo ed era il colletto del vestito di Margaretha che si strappava malamente lasciando che si vedesse il bustino e l accenno della piega dei seni<<chi diamine siete messere??>> .Lo ammetto restai atterrito e a bocca aperta mentre affacciandosi appena dal bordo del letto la povera Maria dall’ espressione di paura passava alla furia più sorda,non so che dire sembrava una selvaggia del centro Africa mentre si avventa sui poveri missionari intenti alla civilizzazione .Mi strattona e mentre io non lascio il lembo del vestito dell’ altra donna urlando gli improperi più osceni e cercava di mordermi a sangue una spalla. Riesco a scansarmi e mentre provavo ad afferrarla mi gettava sul letto e correva fuori dalla stanza raccogliendo i suoi vestiti,inframezzando il tutto ripetendo una frase<<le tue giovani amanti vedo sono gelose quanto me,si avventano sul tuo letto>>,ossessivamente mentre io le cercavo di spiegare girandole attorno. Infine guadagnava l’ uscio e mi urlava con tutta la sua forza<<ti odio>>.Mi giro e mi metto con le braccia conserte di fronte a Margaretha<<perché?>>,dimenticandomi con tutto quell’ odio addosso della mia condizione di uomo nudo di fronte ad una giovane donna.
Galleria



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» bartolomeo, margaretha «

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Nei primi giorni di quell'anno l'aria era tersa e magnifica. Perdevo ore a osservare fuori dalla finestra, tracciando con l'indice delle figure sul vetro appannato, poi mi distendevo a pancia in su a immaginare di terre lontane e splendide Sharazad. Ora, in questo inverno che vedo incollarsi alle finestre non esco mai.Le stagioni sono solo variazioni di luce.Scrivo la notte,quando nessuno mi sente,nel silenzio.Mi ascolto.Provo pietà per la rabbia che ancora ho, per la sofferenza che non si stanca, per la dolcezza.Sarebbe bello avere la forza di lasciarsi.
Guardo le ultime foglie abbandonarsi nell’aria, staccarsi da rami sottili, cadere giù. Se solo potessi liberarmi da questa forza che mi tiene avvinghiata ai miei resti, se solo potessi. Ho solo foto piegate in memoria, ho perso tutto, non riesco a lasciarle.
Lui è sempre con me.

Era il 1900. Le signorine très chic se ne andavano per strada sfoggiando l'ultima moda parigina, a pochi passi da chi elemosinava per il pane, costretto a farci il solco in quegli angoli di piazza da tanto ci camminava sopra. Io appartenevo a quel bel nutrito gruppo di ragazze dagli ottimi natali, e la cosa destava in me un immenso senso di orgoglio finchè potevo avere borsellino e pancia pieni. Non era che gennaio, un nuovo secolo, un nuovo inizio dopo la morte di mio padre, una manciata di settimane prima.
Ero libera. Mi feci quello che chiamerei un "gruppo di affezionati". Le floride matrone mi indicavano alle loro figlie come pessimo esempio dal quale stare alla larga, la massima degradazione femminile. Per quanto mi riguardava, potevo fare qualunque cosa, senza un uomo e grazie alla mia posizione.
Giovane, e incredibilmente sciocca, credevo di potermi fare strada a poderose spallate in un mondo dove erano i maschi a guidare il ballo. Maschi come quel Bosco, quel tale al quale mio padre aveva da sempre affidato la galleria. Continuava a mandarmi lettere, ora chiedendomi il permesso di fare questo o quest'altro intervento, ora l'indirizzo di quel tale, eccelso maestro d'arte che per quanto mi riguardava poteva non essere mai nato. E lo stesso Bosco, puttaniere, ladro o santo che fosse, doveva limitarsi a dirigere la Galleria come sempre aveva fatto, lasciando me a godere delle mie stramberie.
Uscii di casa come una furia. Non presi ne cappello ne tantomeno guanti, diretta alla Galleria con l'ultima lettera ancora in mano, firmata con un ghirigoro Bartolomeo Bosco. Entrai dall'entrata secondaria, lottai con la serratura ma alla fine riuscii ad entrare, riluttante. Non avevo voglia di stare lì, tutto mi ricordava mio padre. Le tele, la stoffa dei divanetti, le pareti tutto pareva aver assorbito la sua essenza e, annusando bene l'aria, sembrava aver assorbito anche l'odore del suo sigaro. Più procedevo cercando il Bosco più lo sentivo, nauseabondo entrarmi nele narici. E più cercavo, più mi intossicavo, più mi rendevo conto che il Bosco non c'era. Andai allora nel seminterrato, dove mi ricordavo che mio padre tenesse alcuni documenti in grandi casse. Lì, forse, avrei trovato quegli indirizzi di artisti e collezionisti che l'uomo-boschetto voleva. Altra chiave, altra lotta. Rischiai di rompermi le ossa del collo con l'ultimo gradino, che aveva rintoccato sordo quando vi avevo posato il piede sopra e tentò di tradirmi facendomi ruzzolare. Gemetti, mi lamentai. Forte. Forse un po' troppo, ci stavo mettendo un po' troppa foga e impiegai un minuto buono a capire che non ero io a gemere, ma qualcun altro, una donna. Aguzzai lo sguardo attorno. Buio, pesto. Eppure la voce mi giungeva ovattata, sicchè non doveva provenire da lì, ma da oltre la parete. Mi ci avvicinai, tastai. Battei e infine il vuoto mi rispose, iniziando a sgretolandosi laddove avevo battuto il pugno con forza. Oltre, una grata, un cunicolo. Da sciocchina quale sono sempre stata mi ci infilai dentro , buttai dentro la testa iniziando ad avanzare a tentoni, in salita. L'odore della muffa era quasi insopportabile, e mi sentivo impolverata fino alle ossa. Continuai. L'aria mi mancava, ma infine la voce divenne più chiara, e una luce mi batteva sul volto, mentre l'odore del sigaro mi colpiva come un pugno al naso. Terribile, insopportabile, pensai di svenire mentre arpionavo le dita alla grata, che non voleva collaborare. Testarda iniziai a spingere di più, ma quando l'occhio mi cadde su quanto stava accadendo sotto di me, nella stanza, mi bloccai. V'era un uomo, e si stringeva addosso quella donna, una bella donna mora. Abbracciati così erano come un tuffo al cuore, pensai giusto un attimo prima di vedere ciò che stavano facendo, così stretti. Tentai di retrocedere rapidamente, le zitelle dicevano che ero come il prosciutto nei sandwich ma mai prima d'allora avevo visto così chiaramente un uomo. Vivo almeno. Entrai in panico, dovevo in qualche modo ritornarmene da dove ero venuta, e senza fare un solo fiato. Invece m'impigliai con le gonne sulla grata che decise di rendermi felice e sbloccarsi, facendomi così cadere sopra i due e ruzzolare infine a terra, in una nuvola di gonne e con le guance rosse di rabbia, di vergogna.



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